C’e chi aspetta Godot e chi la guerra… nella speranza che succeda qualcosa

“Facendosi forza, Giovanni raddrizza un pò il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle.

Poi nel buio, benchè nessuno lo veda, sorride.”

(“Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati)

Ringrazio Dio per avermi dato la possibilità di tornare a gustare il piacere di leggere.

Dopo il 17/06 ho potuto solo ascoltare e gli audiolibri, alcuni davvero stupendi, mi hanno regalato emozioni bellissime…

Ma leggere un libro è tutta un’altra cosa!

“Il deserto dei Tartari” è il primo libro che ho letto dopo ben 5 mesi.

L’ho appena concluso e tanto persistente, nel leggerlo, è stato il ricordo dei testi di Brecht.

Bisogna festeggiare!

Bisogna festeggiare, prima che la vita passi 💫

Buona serata a tutti gli amanti delle belle letture! ❤💫🙏

“Il Deserto dei Tartari”

“Che cosa volevi dire, Angustina? Che cosa domani?”

Imprecando il Monti, gli risponde solo, dal precipizio nero, la voce del vento.

“Che cosa volevi dire, Angustina? Te ne sei andato senza terminare la frase; forse era una cosa stupida e qualunque, forse un’assurda speranza, forse anche niente.”

(“Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati)

“Ah, tu pensavi che anch’io fossi una” di Anna Achmàtova





“Ah, tu pensavi che anch’io fossi una

che si possa dimenticare,

e che si butti, pregando e piangendo,

sotto gli zoccoli di un baio.

O prenda a chiedere alle maghe,

radichette nell’acqua incantata,

e ti invii il regalo terribile

di un fazzoletto odoroso e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con sguardi

o gemiti, l’anima dannata,

ma ti giuro sul Paradiso,

sull’icona miracolosa

e sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:

“Mai più tornerò da te”.

“Pezzi di memoria”

Personaggi: 

Lei: Ha circa 40 anni, ha i capelli ricci, castani, corti e arruffati. Indossa pantaloni color carne, larghi; una canotta bianca ed un maglione, bianco anch’esso, aperto davanti, con i bottoni slacciati

Lui: Ha 40 anni, pochi capelli, occhiali con montatura anni ’80, marrone. Indossa un pantalone marrone ed una camicia a righe bianca e azzurra. 

Entrambi sono scalzi

Scena I, Scena II, Scena III: Interno giorno.

Tutte le scene si svolgono in un ambiente che richiama un salone. Ci sono, in prossimità del margine esterno del palco, tre diverse sedute. La prima, all’estrema sinistra del pubblico, è una sedia di legno con un largo schienale; al centro una poltrona singola dove si siede Lei e alla destra del pubblico, un divano da 2 posti. Al margine più esterno, sulla destra del divano, è seduto Lui.

In ciascuna delle tre scene sarà questa la medesima apertura. Entrambi i divani sono di velluto marone chiaro, un po’ demodé.

Nient’altro è presente sulla scena.

Nota dell’autore: Si troverà una parola, volutamente divisa in sillabe in maniera errata. L’errore è dovuto ad un più efficace risultato fonetico.

SCENA I

Lei – Ti ricordi quei giorni passati all’Hotel C.?

Lui – Si

– Sono stati i nostri giorni migliori. (Piccola pausa). Perfetti.

– Si, lo erano, assolutamente perfetti.

– Eravamo innamorati come non mai

– Eravamo giovani.

– (Silenzio. Lui sembra soddisfatto, pensando a quei giorni, lei invece ora appare crucciata, leggermente preoccupata)

– Cosa vuoi dire?

– (Sorpreso, ha un leggero soprassalto, risponde voltandosi a guardarla) Quando?

– Ho detto (quasi urlando): Cosa vuoi dire?

– Ma io non ho detto niente

– PRIMA (urlando! Gli inveisce, si è alzata da dove era comodamente seduta e gli parla con il volto avvicinato al suo. E’ furibonda, piegata per poterlo meglio guardarlo negli occhi – lui è sempre seduto, un pò intimorito – è a 3/4 con le spalle al pubblico, pur lasciando vedere metà del volto) INTENDO DIRE: PRIMA!!! Prima, cosa volevi dire?

– (balbetta, risponde a stento) ma…ma scusami, non ti seguo, io, davvero, davv (lei lo interrompe)

– Ti aiuto a rammentare cosa intendevi dire esattamente, a cosa alludevi esattamente quando tre secondi fa hai detto “Eravamo giovani”?

– (sbotta quasi in una risata, lei nel frattempo si è allontanata, ha rialzato il busto, la schiena, ha fatto qualche passo lontano da lui, con la mano sulla fronte, guardando in alto, dandogli le spalle, mentre aspetta che lui replichi). ah! come cosa volevi dire? eravamo giovani, punto! non credo ci siano tante diverse allusioni da quello che la frase “eravamo giovani” sottintende!

– (lei esasperata, gesticola, volta gli occhi al cielo però la voce è diventata calma ma improvvisamente stanca, stanchissima. Si volta nuovamente a guardarlo e fa un paio di passi, avvicinandosi ma senza essergli accanto.) “cosa vuoi dire?”

– Mimì, ma stai scherzando? (dice tutto d’un fiato, con lo sguardo altrove) volevo dire che “si, erano bellissimi quei giorni passati insieme all’Hotel C. Eravamo giovani e innamorati, eravamo folli d’amore, eravamo ebbri d’amore, eravamo…” (si interrompe di colpo in quanto si accorge che lei nel frattempo si è accasciata a terra, accovacciata, con la mano si copre il volto e sembra stia piangendo.) che c’é? cosa c’è, ora? lo dice mentre le si avvicina, finalmente si alza dalla poltrona e le si accovaccia accanto. (La voce è rilassata, come dovesse consolare una bambina.)

– (Lei parla con la voce stanca, parla lentamente, riprendendo fiato, vuole capire, cerca di parlare in maniera chiara, vuole che davvero lui capisca il suo dolore) cosa vuoi dire, che eri felice perché eri giovane? o che eri innamorato perché io ero giovane? (marca IO)

– (lui fa un gesto intendendo che non capisce)

– (Lei si gira, si siede con le gambe incrociate, anche lui ora si siede a terra, le prende le mani) eri innamorato di me perché ero giovane? eri felice, eravamo felici insieme perché eravamo giovani? eravamo giovani e innamorati, e quindi felici?

– (Lui risponde calmo, sereno, quasi sussurrandole le mani in maniera più appassionata) Calmati Mimì. Calmati, adesso! Siamo qui, siamo noi. (breve pausa) Siamo sempre stati qui, sempre noi. La felicità di quei giorni ce la portiamo dentro, siamo sempre stati noi, pure adesso. Siamo noi, e siamo qui, adesso, tu ed io, ora. E siamo ancora felici.

(Pausa. Si guardano intensamente negli occhi, rimanendo sempre accovacciati sul pavimento, con le mani unite, lui la tiene dai polsi. E lei prende la parola, dicendo:)

– E siamo ancora innamorati.

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SCENA II

Lei – Ti ricordi quei giorni passati al C.?

Lui – (la guarda, cercando di mettere a fuoco il ricordo di lei e infine replica, lentamente, un po’ dubbioso) Si

– Sono stati i nostri giorni migliori. (entusiasta) Perfetti.

– (Titubante) si. (pausa) si, mi sembra di ricordare. Si, lo erano.

– (Un misto di incredulità e ironia, pensa che lui si stia prendendo gioco di lei, le sembra impossibile, altrimenti, che lui non ricordi. Si alza e gli si avvicina) (Hei, sottinteso) Eravamo innamorati! Innamorati come non mai! Innamorati e giovani

– Si, è vero. 

– (Incalza, camminando senza meta su e giù per la stanza, al bordo del palco) Eravamo felicissimi, fe li ci ssi mi. (Saltella, quasi, dalla gioia di quel ricordo) Eravamo felicissimi, IO ero felicissima, TU eri felicissimo, NOI eravamo pieni di amore l’uno per l’altra! Non ricordi? 

 – (Parla alzandosi in piedi) si, te l’ho detto, ricordo (lei intanto gli si è avvicinata e lo stuzzica, gli tocca il viso, con un dito gli sfiora il profilo, indugiando sul naso e gli parla da molto vicino) 

– Eravamo giovani (ripete ancora, e nella voce ora si avverte una velata malinconia) 

– (Lui si divincola da quella vicinanza che si sta rivelando troppo ingombrante, troppo asfissiante)

– Mi mancano quei giorni, quei giorni chiusi in quell’albergo “Hotel C.”, sul mare (scandisce il nome, cercando di dare risalto al ricordo, gesticolando con le mani, come se dovesse indicare una insegna posta in alto rispetto alla sua vista. E mentre parla le viene da sorridere, il volto le rimane sul volto, le brillano gli occhi. Intanto lui guarda in basso, si tocca il lobo dell’orecchio sinistro. Lei cerca nuovamente il suo contatto, gli si avvinghia al collo, cerca di coinvolgerlo emotivamente, in un misto di nostalgia e seduzione) Sarebbe bello tornarci di nuovo, eh? Che ne dici? Prenotiamo, andiamo subito, passiamo lì la notte (gli tocca la testa, i capelli, lui si divincola, lo fa meno bruscamente di prima ma è evidente che non ha voglia di avere contatti fisici troppo coinvolgenti)

– Abbiamo la nostra vita qui, ora (si toglie gli occhiali, appare improvvisamente stanco). Sii ragionevole

– (Lei sembra sbalordita, incredula). Tu lavori troppo (pausa, lei gli si avvicina nuovamente, gli prende le mani, gli sorride. Lui ricambia il sorriso, timidamente, lei lo tiene dai polsi e appare felice; lui è imbarazzato, immobile) Cerca di rilassarti. Potremmo essere ancora così felici. 

– Mi stai confondendo. (A testa bassa, chiude gli occhi, evita di guardarla)

– Cosa?

– Mi stai confondendo! Che piani hai? Qual è il tuo piano, vuoi vendicarti di me? Vuoi vendicarti di quei giorni?

– (Ora è le ad apparire confusa. Gli lascia andare un braccio, liberandogli il polso sinistro) Cosa? 

– Si, dillo. (Ora acquista forza e inizia ad urlare) DILLO!! (Con una mossa brusca si libera e con la mano destra ora le punta il dito contro, avvicinandosi al viso e incutendole paura. Lei è atterrita, sconvolta) Dillo che ora vuoi finalmente farmela pagare! Dopo tutti questi anni in cui sembrava mi avessi perdonato. Ora è giunto il tuo momento, vero? (Continua ad inveirle contro, parla fuori di sè) Vuoi che sia ora, alla fine dei miei giorni, a doverla pagare per sempre, dillo!!!

– (Lei si allontana, fa un passo indietro, è sopraffatta dalla sua ira, acquista un filo di voce per dire:) “Alla fine dei tuoi giorni?” ma cosa stai dicendo? Abbiamo 40 anni, sei e siamo, ancora, nel pieno delle forze, sei solo molto preso dal tuo lavoro ma… io non capisco… volevo solo ripercorrere quei giorni felici… voglio dire… più felici di adesso… (scoppia a piangere, si copre le orecchie con le mani, si inginocchia a terra, è sconvolta.. piange con gli occhi chiusi e poi aggiunge:) e no, che adesso non siamo felici, non volevo dire questo, lo sai, volevo solo essere più felice, felice ancora di più, felice come in quei giorni all’Hotel C.

– (Durante tutto questo, lui ha continuato a fomentare ira, con le braccia stese sui fianchi, con i pugni chiusi, respirava fortemente, senza espressione, solo con una rabbia nascosta, ora scoppiata e tentata a stento di reprimere nuovamente)

– Non eri TU con me all’Hotel C. 

– (Lei ora alza il capo, ancora seduta a terra, inginocchiata senza forza. Abbraccia d’impulso le braccia a terra e il volto è proteso verso il suo, alla ricerca di incontrare il suo sguardo, sperando in uno spiraglio di lucidità e commozione. Pausa. Lei vorrebbe parlare, dirgli che si sbaglia, ovviamente, che sì che c’era Lei con lui in quell’albergo, ma lo lascia parlare, spera che parlando lui possa ritrovare la lucidità e la calma)

– (Lui riprende, con la stessa postura di prima ma ora il tono è diverso: appare calmo ma distante, ferito. Parla guardandola negli occhi, adesso, senza che ci sia il benché minimo avvicinamento fisico tra i due.) Non eri tu con me all’Hotel C. (Abbassa la testa in senso di sconfitta). Non c’eri tu, con me, in quei giorni. 

– (Lei parla, quasi seguendo una visione) Eravamo giovani e felici.

– Io ti abbracciavo ma non c’eri tu, con me.

– Eravamo giovani.

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SCENA III

Lui – Ti ricordi quei giorni passati all’Hotel C.?

Lei – Ride. 

– Perché ridi? Te li ricordi o no?

– No, non li ricordo. (continua maliziosamente a sorridergli)

– Eravamo giovani (le dice, imitandola nella malizia)

– No, non ricordo. (Gli risponde lei mettendogli le braccia al collo)

– Ah no!? Non ricordi?

– No, assolutamente. Non credo di ricordare…(si baciano)

– (Lui riprende) Sono stati i nostri giorni migliori. Perfetti.

– Insisto (continua nella sua malizia, seppure scostandosi e appoggiando ora la schiena allo schienale, assumendo una postura vagamente fredda.) Non ricordo.

– (Lui ora sbotta in una risata nervosa, vorrebbe parlarle seriamente ma avverte una sensazione strana) 

– Scusa, vorrei parlarti davvero di quei giorni. Eravamo felici, insieme. Eravamo felici, innamorati. Eravamo giovani! Ora lo siamo ancora felici e innamorati, lo so (sbotta in un’altra piccola risata imbarazzata). Vorrei ricordare con te quei giorni stupendi passati insieme all’Hotel C. (La cinge la schiena, le spalle, con tenerezza)

– (Lei appare seria, rigida, si toglie le braccia di lui dalle spalle, senza voltarsi a guardarlo) Io non ricordo nulla. (Ora si volta e riprende a guardarlo con malizia, è lei che tenta di sedurlo adesso, come al principio della scena ma appare più distaccata, quasi fosse una professionista) Se vuoi, possiamo fare l’amore come quando si è giovani e innamorati, possiamo far finta di essere in quell’albergo, come hai detto che si chiama?

– (Lui si divincola, esasperato) Hotel C. ho detto. Si chiama Hotel C.

– Bene! Possiamo far finta di essere in quel posto! (Dice lei, con aria di noncuranza, come se dovesse accontentare un capriccio di cui non conosce il peso, il valore della richiesta)

– Smettila! (Dice lui rattristandosi. Si siede sulla poltrona al centro, voltandosi a 3/4 e dandole le spalle. Si copre la testa con la mano sinistra. Pensa. Lei rotea gli occhi, ancora una volta senza capire. Sbuffa.)

Non è “Quel posto” capisci? E’ il nostro Hotel, Mimì, il NOSTRO! Abbiamo fatto l’amore lì, in quei giorni, più di tutte le volte che l’abbiamo fatto in una vita intera. Eri così tenera, allora. (pausa) E felice.

– Io non ricordo, non so nemmeno di cosa tu stia parlando. Hotel K. 

.(L’interrompe lui esasperato) C.!! Hotel C.

– (Lei riprende). Ok, ok! L’hai detto tu. C. calmati adesso!

(Lui tira un sospiro. pausa. sembra si sia ripreso. Si alza e dice:) Eravamo giovani e felici. E innamorati. Ora, se permetti, vai via di qua, mi metti a disagio.

– Va bene, va bene, calmati! (Solleva le mani per non essere accompagnata da lui alla porta, visto che lui cerca di indicarle la via d’uscita (sull’estrema destra), mentre si avvicina per facilitarle l’uscita.) Vado via, lo faccio da sola, non c’è bisogno che mi accompagni, conosco la strada.

– (Lui si siede, abbassa il capo e se lo tiene stretto tra le mani per un paio di secondi, mentre lei fa per allontanarsi. Fa qualche passo verso la destra, guardandolo, poi si ferma nella speranza di trovare il suo sguardo prima di sparire. Lui alza il capo e la guarda). Non voglio averti così, volevo che ricordassi. Volevo ricordare con te quei giorni all’Hotel C.

– Eravamo giovani. (pausa) Eravamo felici (pausa)

– (Lui la interrompe e si alza in piedi di scatto, parlandole con un filo di risentimento). Siamo sempre stati felici, tu ed io, insieme

– Eravamo innamorati.

– All’Hotel C. Eravamo giovani.

– Vuoi venire con me? (Riprende il suo fare smielato e sensuale, accarezzandogli il volto)

– Dove? (con un filo di speranza nella voce, mentre lei gli toglie gli occhiali)

– All’Hotel C.

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“Addio Lara, mio amore, mia eterna gioia infinita”

(“Il Dottor Zivago” di Boris Pasternak)

Lara e Zivago sono a Varykino, circondati dai lupi, fuori dal mondo, in una sorta di dimensione spazio-temporale tutta loro, in procinto di una separazione che sarebbe diventata definitiva.
Lara, prima di addormentarsi, chiede a Jurij di mettere per iscritto i versi che le aveva recitato tante volte:

Oh, che amore era stato il loro, libero, straordinario, a nulla somigliante! Pensavano, come altri cantano: non si erano amati perché era inevitabile, non erano stati «bruciati dalla passione», come si suol dire. Si erano amati, perché così voleva quel che li circondava: la terra sotto di loro, il cielo sopra le loro teste, le nuvole e gli alberi. Il loro amore piaceva a ogni cosa intorno, forse anche più che a loro stessi. […] Questo, questo era stato ciò che li aveva avvicinati e uniti! Mai, mai, nemmeno nei momenti di più sovrana immemore felicità li aveva abbandonati quanto vi è di più alto e di appassionante: il godimento dinnanzi all’armonia dell’universo, il senso del rapporto tra loro e tutto il suo quadro, la sensazione di appartenere alla bellezza dell’intero spettacolo, a tutto il cosmo.”