Gita al Faro… (prima del Coronavirus)

Amo i fari, da sempre.
Riescono a trasmettermi quiete, la loro sola presenza mi dà stabilità, equilibrio, pace, posizionati così saldamente al terreno; cilindri dritti, robusti, che si innalzano al cielo e fanno tutt’uno con gli elementi del creato aria e acqua.

Dei fari amo l’idea di protezione che la loro luce fa ai naviganti; amo persino il rumore sordo che fanno nelle notti di nebbia fitta.

Il loro rumore si propaga per centinaia di metri in linea d’aria, udibile nelle notti in cui la loro luce non è sufficiente, quando il mare è in tempesta e il cielo è scuro come la pece.
Il rumore del faro è un segnale sonoro molto potente, che serve ad avvertire chiunque sia in mare in balìa delle onde, che nelle vicinanze ci sono le coste, o scogliere, da cui prendere il largo, o porto sicuro dallo scampato naufragio.

Il loro rumore è per me richiamo all’ascolto, nenia che mi queta.
È incredibile come riesca a farmi sentire bene, è incredibile come il rumore del faro non mi faccia tremare nelle notti in cui dal letto sento il mare agitarsi e le imposte sbattere forte contro i vetri.

Chiudo gli occhi, in quelle notti burrascose, e mi sembra di essere cullata dalle onde.
Sono ipnotizzata, quasi, da quel suono lungo e vigoroso che mi avvolge e protegge e non mi fanno paura quei flutti che violentemente si infrangono contro le pareti del faro fino a farle scomparire dapprima, per farle riaffiorare poi, per un attimo, nella spuma bianca e selvaggia, in quelle notti in cui la sola luce non basta a bucare la nebbia.

Gli effetti secondari della Guerra

“La sua faccia emerse dalla nebbia davanti alla mia. Allungai la spada e lo infilzai proprio sotto l’orecchio. (…)
Nel tornare indietro dovetti ucciderne un altro, allo stesso modo. Ebbi la curiosa sensazione che la guerra significava uccidere sempre lo stesso uomo più e più volte, e che alla fine avrei scoperto che quell’uomo ero io stesso! Le loro facce continuano a ritornarmi in sogno… e si trasformano nella faccia di papà… o nella mia…”

(Orin – tratto da “Il lutto si addice ad Elettra” trilogia di Eugene O’Neill

Atto Terzo – Parte Seconda “L’agguato”)

Anna’s come back.

Anna’s come back.

I just asked you to take care of her.

Anna’s come back;

She is sad and very disappointed by your bad behaviour.

She just asked me to take care of her.

I didn’t do that.

Anna’s come back;

I’ve changed my mind.

Please, don’t let her alone.

She is come back;

Let’s take care of her.

K.

Siamo tutti figli della Luce

“When we are no longer able to change a situation, we are challenged to change ourselves.”

“Quando non siamo più in grado di cambiare una situazione, siamo stimolati a cambiare noi stessi.”

(Viktor Frankl)

Devo ringraziare la mia cara amica Luisa Zambrotta per aver pubblicato nel suo blog questa citazione che mi ha spinto verso una speranza mai provata prima.

https://wordsmusicandstories.wordpress.com/2020/03/26/il-potenziale-umano/

Milano da amare

Alla fine credo che ciò che rimanga, di tutto questo dolore, è il senso di appartenenza.
Siamo un’unica comunità, riemerge il senso civico, lo spirito di condivisione, il fare bene, per tutti.

Abbiamo tutti una Milano nel cuore

La Milano sveglia, con le sue aspettative e i treni da non perdere

Sono treni carichi di opportunità, nessuno regala niente in questo mondo ma se cammini a passo svelto, riuscirai a raggiungere il tuo traguardo, che poi diventerà il punto della tua partenza, il primo gradino della tua ascesa

La Milano multimediale,

la Milano cosmopolita,

la Milano sporca e derisa, invecchiata tra i tavolini dei bar,

la Milano che spezza le vite, aumenta le differenze di classe, che corre forse troppo in fretta, per chi non ha più l’età

la Milano che apre le porte, che benedice dall’alto, che dona riparo e rifugio alle anime in cerca di letteratura, prosa, opera… e omissioni

la Milano dove ci lasci il cuore, tra i banchi delle università e le librerie, i piccoli teatri, le biblioteche del centro, le case editrici indipendenti che aprono e poi chiudono, e poi aprono, nei vicoli frondosi di un regale sentire

la Milano che salva,

la Milano che non si arrende,

la Milano che soffre e sopporta, allo stremo delle forze, superando ogni proprio dolore, al rintocco di quell’ultima campana, in preghiera per l’alba che deve ancora venire.

E’ l’amore che salverà il mondo… ora è tutto chiaro.

Per Milano

Non è che dalle cuspidi amorose
crescano i mutamenti della carne,
Milano benedetta
Donna altera e sanguigna
con due mammelle amorose
pronte a sfamare i popoli del mondo,
Milano dagli irti colli
che ha veduto qui
crescere il mio amore
che ora è defunto.
Milano dai vorticosi pensieri
dove le mille allegrie
muoiono piangenti sul Naviglio

Un pensiero al profumo di Viole

Mi chiedo cosa direbbe mia nonna di tutto questo tempo e dell’attuale condizione Covid-19, se fosse ancora in vita.
No, di certo non si sarebbe impaurita, nè fermata.
Non si sarebbe impaurita per la semplice motivazione che lei, anche in queste condizioni, non avrebbe avuto il tempo per impaurirsi, per pensare, per staccare un attimo e ricominciare.
Certo, si sarebbe informata, tantissimo, più di tutti, in famiglia.
Leggeva e si informava su tutto con grande curiosità ed interesse e pertanto avrebbe parlato a tavola con profonda serietà e rispetto dei morti, degli ammalati, di chi lavora nonostante tutto e a maggior ragione è costretto a lavorare adesso, allo stremo delle forze, lasciando a casa i pensieri, i figli, la stanchezza e i diritti.
E comunque, non avrebbe perso occasione per esprimere il proprio pensiero e anche questa volta, al di là di tutto, al di sopra delle news, delle fakes, della ricerca scientifica e degli opinionisti, certamente avrebbe ripetuto la sua solita constatazione:
“La pulizia fa male solo alla tasca”

Frase uscita a mio parere un pò male, però poi lei la spiegava, tutte le volte:
“Si allontanano batteri e molte malattie garantendo accurata igiene personale e altrettanta pulizia degli indumenti, delle stanze, degli oggetti…
È importante anche evitare ogni forma di promiscuità e possibile contatto tra le cose pulite e quelle sporche o usate.”

E sul sui esempio, tuttora quando torno dai viaggi, lavo tutto ciò che era in valigia, anche se non indossato.

Mia nonna per evitare i contatti aveva la mania di imbustare.
In sacchetti o buste, tutte pulite, lei imbustava ogni cosa.
C’era una busta per tutto.

Mi ritrovai cresciuta sulle sue regole, condizioni, modi di vista. E così diversi anni dopo, andando in piscina mi fecero notare, ridendo e prendendosi un pò gioco di me, che dal borsone avevo decine di buste. Sì, buste 😊
Una busta dove riporre il costume bagnato, una per le ciabattine e una, più grande, per l’accappatoio.
E così via via le altre, a separare gli oggetti.

Ah, quasi dimenticavo. Concludeva la spiegazione affermando che:
“pulire costa”.
Costa in termini di tempo, sacrificio e ovviamente di soldi.

Praticamente lasciava intendere che chi fosse solito lasciare dietro di sè scie di odori nauseabondi, chiazze sulle camicie o semplici colletti non ben lavati, stirati e inamidati fosse un “poveraccio”. Il vero signore è colui che lava e si lava, semplicemente; come colui che legge. Non c’è prezzo per le questioni importanti.

Mia nonna avrebbe continuato a vivere senza cambiare alcuna abitudine.
Sarebbe uscita, ogni giorno.
Sarebbe uscita solo per fare la spesa, in maniera autonoma, con la sua schiena un pò curva ma con tutta la dignità, l’eleganza e la fierezza che le appartenevano.
Sarebbe stata a distanza di sicurezza, certo. Avrebbe fatto in fretta in fretta i suoi giri, senza essere sprezzante del pericolo o farsi beffa del rischio, nè per mancanza di rispetto dell’osservanza delle regole e delle circolari ministeriali, chiaramente.
Ma il suo panino al latte, morbido e fresco, avrebbe voluto prenderlo da sè, ogni giorno, per respirare l’aria e rigenerarsi, per poter affrontare ogni giorno la vita e le sue sfide, come faceva sin da bambina, rimasta orfana presto, come ai tempi della guerra, rimasta vedova a 24 anni, con due figli piccolissimi e una bimba ancora nel ventre, come in fondo faceva ogni giorno, con noi nipotine a cui fare da padre e da madre.
E sarebbe uscita ogni giorno con le sue sottilissime calze di nylon chevportava anche in pieno inverno, con la sua nuvola di lacca sulla capigliatura folta e lucente.

Avrebbe avuto profonda stima del Presidente Conte, lo avrebbe accudito col pensiero come a un figlio diligente, scrupoloso e ora un pò troppo sotto pressione. Si sarebbe chiesta se mentre lui (e tutti con lui) si sta prendendo così cura dell’Italia, chissà se ci sia qualcuno che si stia prendendo cura di lui.
Lei sarebbe stata pronta a preparargli della frutta fresca e delle spremute d’arancia ogni giorno, per aiutarlo a stare in forze e potersi difendere.
Gli avrebbe fatto arrivare un pò del suo supporto, in qualche modo, chiuso dentro a una busta pulita.
“Magari ha bisogno di farsi una bella doccia, per lavare via i pensieri cattivi e la stanchezza.”
“Chissà se posso far arrivare qualche camice pulito a quelle brave infermiere, e magari mettere dentro alle loro tasche, con rispetto, vitamine, cioccolata e un pò delle mie forze”.
Tutto questo avrebbe pensato mia nonna se avesse potuto vivere in questo periodo, lo avrebbe pensato rientrando a casa alle prime ore del mattino, ondeggiando con le sue buste nelle mani, lasciando una scia del suo profumo alle Viole.