Amore a prima (s)vista

Mi hanno sempre affascinato i pazzi, i folli, i cosiddetti malati di mente.
Non i pazzi violenti, furiosi, i fuori di testa, ma i malati d’amore, di nostalgia, di illusioni disattese, di speranze immobili, di amici dispersi, di tempi sospesi.
I pazzi vivono vite immaginarie, parlano con persone, un tempo reali, ora mancanti e presenti solo nella loro testa.
I pazzi hanno voci, suoni e sorrisi nelle loro lucide follie.

I pazzi sono gli unici a non indossare maschere ma solo volti.

Omaggio a Frida

Mi cospargerò il capo di cenere e col cuore sinceramente contrito mi genufletterò e chiederò perdono.
Perdono per non aver amato i miei figli, il mio uomo, nè la mia famiglia di origine, la mia città natale, nè i miei studi, gli amici, i compagni, i fratelli, i troppo ricchi, i troppo poveri, i troppo uguali a me, quelli troppo diversi da me, per non aver amato il mio tempo, la mia sorte, i campioni del calcio, i musicisti, i domatori del circo.
Supplicando il perdono mi farò coraggio e oserò aggiungere anche un’altra richiesta: “Che ci sia pioggia quando verranno a prendermi, che ci sia pioggia che cada a tempo di un valzer”.

Ohps!

Non odio la gente, è solo che sono troppo preso da me per occuparmi degli altri. Lo diceva sempre anche Caterina: “Non sei cattivo, sei solo egoista”. Non sono mai stato d’accordo. L’egoista è qualcuno che persegue il proprio benessere a ogni costo, io il benessere non l’ho mai raggiunto. Anche come egoista ho fallito.

(da “La tentazione di essere felici” di Lorenzo Marone)

L’insostenibile Leggerezza

Questa vita mi rimane sempre un pò sul groppone, forse proprio perchè ne sento il peso della maestosità, della divinità di cui è impregnata, della gravità delle aspettative, del vertiginoso senso di riconoscenza e gratitudine, e di rispetto, di cui dovrò forgiarmi.

Non ho mai saputo davvero che farmene della mia vita. Avrei voluto darla ad altri, pura e intonsa come appena donatami ma l’insostenibile peso della coscienza mi ha fatto sempre abbassare la testa e rigare dritto.
Anche quando sogno, le spalle mi pesano e me le porto avanti, chinandomi su me stessa passo dopo passo, giorno dopo giorno.
Anche ora che vedo per grazia ricevuta e non si sa ancora per quanto, non riesco a sgravare questa mia esistenza.
Ringrazio Dio, sempre.
Ma la vita mi pesa inesorabilmente.
So che è un Dono e che è il Dono più importante, più bello e più prezioso che si possa mai ricevere e quindi ringrazio Dio.
Ma bisogna meritarselo questo dono?
E chi, soprattutto, deve meritarlo: i genitori (i procreatori fisici, che siano coppie uomo-donna, donna-donna-provetta, uomo-uomo-provetta, donna-provetta, donna-exfidanzato/excompagno/exmarito/amante/examante/stupratore, ecc.) o il nascituro?
Oppure non c’è merito?

È un dato di fatto, è un’opera che si fa di default, è una cosa “che fanno tutti” o “che va fatta”, del tipo “tanto prima o poi tutti ci cascano, come nel matrimonio”?

Il regalo è qualcosa che ci viene donato ma che in qualche modo è atteso, magari perchè c’è una ricorrenza, un compleanno, anche un semplice invito a pranzo che, per convenzione o per buone regole o maniere, non si arriva mai a mani vuote e allora il regalo diventa “un pensiero”, “una sciocchezza”, anche “un piccolo pensiero”: mazzo di fiori, pastarelle, bottiglia di vino…


Il dono, invece, è qualcosa che viene offerto in maniera del tutto spontanea, inattesa, che mette sempre un pò a disagio l’altro (che prima o poi, pensa, dovrà ricambiare in qualche modo), che fa commuovere, che lascia stupiti perchè, dopo tutto, “ha pensato a me!”, “è stato fatto apposta per me!”, “cosa avrò fatto di cosi straordinario da meritarmelo?”.


È come quando mia zia mi regala i suoi vestiti praticamente nuovi.
Mi porta buste su buste di abiti (maglie, giacche, pantaloni, camicie, camicioni…) firmati, di alta qualità, di ottima stoffa, costati chissà quanto e inaspettatamente mi dice: “Ho pensato che a te stanno di sicuro meglio. Sei un figurino! A me no, non mi donano come a te, di sicuro. Però non dirlo allo zio perchè è tutta roba nuova, costata un occhio della testa!” e sorride.
Ecco: è vero, un vero dono.
Solo che mi coglie sempre all’improvviso.
Sarà che tra noi ci sono più o meno trent’anni di differenza, sarà che sono semplice e che spendo ai magazzini, sarà che al cashmere preferisco il più confortevole maglioncino a collo alto che dopo tre lavaggi si infeltrisce e fa i pallini, ecco a dirla tutta, la sua roba è rimane impacchettata nel fondo degli armadi o fin sotto al garage… troppo preziosa da regalare, nel senso che “aspetto il momento in cui sarò pronta ad indossarli”, troppo preziosi da disfarmene, soprattutto dal punto di vista emotivo, affettivo…
Cosi è per me la vita.
Aspetto il momento in cui mi sentirò degna di ricevere questo Dono.
Cosa dare in cambio è facile: basta seguire la Via, la Verità, la Vita.
Ciò che non è semplice è “farlo con i fatti e non solo con le parole”.
È solo che quella maglia un pò infeltrita, nera, (ovviamente), e che HoSceltoIo è la mia comfort-zone, mi fa sentire nel limbo nel Purgatorio, mi fa sentire più protetta nell’ombra, dove è più facile potersi sempre lamentare, piangere, sentirsi disperati, non meritevoli e per questo chiedere Perdono e ricominciare.
La Nostalgia è una piaga: ferita che non voglio che passi.
Mi fa piangere, disperare, urlare di notte e tormentarmi ogni giorno, fino a perdere la salute ma senza questa ferita avrei paura di Dimenticare ciò che ero.
In fondo i Doni sono tanto Preziosi quanto difficili da sostenerne il peso della leggerezza con cui devono essere accettati.

Peso o Leggerezza?

“Guardava i muri sporchi del cortile e si rendeva conto di non sapere se fosse isteria o amore.

E gli dispiaceva che in una situazione simile, quando un vero uomo avrebbe saputo immediatamente come agire, lui esitava privando in tal modo l’istante più bello della sua vita (era in ginocchio al capezzale di lei e gli sembrava di non poter sopravvivere alla sua morte) del suo significato.

Se la prese con se stesso, ma alla fine si disse che in realtà era del tutto naturale non sapere quel che voleva.

Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future.

È meglio stare con Tereza o rimanere solo?

Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.

“Einmal ist keinmal”. Tomáš ripete tra sé il proverbio tedesco. Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere una sola vita, è come se non vivesse affatto.”

(Cit. da “L’insostenibile leggerezza dell’essere ” di Milan Kundera)

Respira lento e muoviti a tempo

Dovremmo prenderci più tempo,
Per respirare piano,
Per mordere un frutto,
E poi goderlo, piano.
Assaporare la polpa, prosciugarne i liquidi,
Masticarne la carnosità, e poi alla fine, mandarlo giù,
mentre il profumo ancora ci lambisce i sensi.

Dovremmo prenderci più tempo,
Per accarezzarci il volto
Dove la fretta di vivere
Ha dato vita a segni irreversibili
Di una innocenza perduta,
Dove il sole, baciando, ha lasciato macchie più scure,
Dove la bocca morbida
È ancora in grado di sorridere
sepput con qualche dente in meno e un pizzico di amaro in gola.

Dovremmo prenderci più tempo,
Per i nostri saluti,
Per i nostri lasciti,
Per i ricordi da serbare,
Per le fotografie da incorniciare o da nascondere tra le pagine di un libro o nel fondo di un cassetto, o tra le pieghe della memoria,
Dove tutto è ancora intatto e la polvere non ne ha sbiadito i contorni.

Dovremmo prenderci più tempo,
Quando cantiamo nelle feste tra amici,
Quando voliamo nelle sere del goal,
Quando cingiamo i fianchi di una donna,
Quando sogniamo di diventare grandi.

“Come pula che il vento disperde” – Distanze che ci uniscono.

Mille lune lontano da me, mille soli, mille mondi.
In realtà non so cosa voglia dire, non so quale sia la reale distanza che ci separa; so per certo, però, che siamo finalmente lontano l’una dall’altro e che la distanza, o la vicinanza tra noi, non è più speculare.
Ormai siamo punti lontanissimi, particelle del cosmo, organismi distanziati per l’eternità, da distanze caoticamente sfuggite da cui teneva in mano i nostri fili del destino.
Ora non più, mai più potremo sperare di ritrovarci, la distanza è eterna, come il pensiero.
Non posso condannarti, sei già stato punito.
Perdermi è stata la tua condanna.
Da qui all’eternità, corpi estranei, pulviscolo di cellule, surrogati di vita.
Da qui all’eternità, come granelli di sabbia portati dal vento a formare dune su dune, strati su strati, da qui all’eternità.

Nel segno di Caino

Con i 200 punti sparati negli occhi e con le retine sottilissime, fragilissime, già forate, in parte, e in necrosi in altre, non posso ancora leggere, e respirare la vita.
Quanto durerà la mia vista? Chi può dirlo, nemmeno la scienza.
Nell’anamnesi sono saltati fuori i 3 mesi in incubatrice, quando ancora non si calibrava la potenza dell’ossigenazione dei tessuti… e poi quelle emorragie, quei periodi di disfunzione per cui l’irrorazione a stento ha raggiunto i tessuti molli del corpo.
Ma stai tranquillo, che nel racconto anamnestico non ho rivelato (…)

Non preoccuparti, c’è una vita che ci divide eppure ricorri ancora tra i miei incubi.

E se è capitato di incontrarti mi hai fatto ancora paura.
Come una foglia tremo al ricordo.
Ho tentato di perdonarti ma forse non ci sono ancora riuscita.
Dai miei sbagli ho capito che siamo tutti Caino, e che per questo l’unica via è il perdono.
Il Perdono è la Via.
“Io ti perdono ma devi metterti in ginocchio”, parafrando un altro Abele.
Torneranno i miei occhi e con essi la vita.
Ho capito che dopo anni di libri divorati e sopiti, dopo anni di silenzio e di bocca cucita per paura di non essere all’altezza, per orrore della mia incapacità e della mia incompiutezza, ora scrivere è la mia esigenza primaria.
Ringrazio con infinito affetto Eva, ci vorrebbe proprio una coppetta (si, ora coppetta), gusti caffè e vaniglia.
Ringrazio con le lacrime Mocaina, Bagatelle e la sua presenza costante e generosa.
Ringrazio e stringo Ale che è impossibile non nominarla quanto la prepotenza della sua voglia di vivere faccia rumore, quasi quanto un’Ape Regina…
Ringrazio la cara Luisa, una dolce Signora velata dal candore della sua cultura e gentilezza d’animo.
E poi tutti gli amici che gravitano tra le pagine di questo WP che mi ha riportato alla vita. Grazie ❤
Scrivete, io leggerò in differita…
Grazie di ❤

Coi miei Occhi

Ho bisogno dei dettagli. Sono i dettagli a fare la differenza.
I dettagli nessuno saprebbe raccontarmeli, almeno non come faccio io coi miei occhi.
Quella piega improvvisa sul viso, quelle strane forme delle nuvole, quei colori che sfumano, quella carta da parati con un buchino mai visto prima.
E poi contare il numero delle assi di legno delle persiane, riflesse sulle pareti della camera nei pomeriggi estivi.
Lo faccio da quando ero bambina.
L’ho sempre fatto, anche quando ero nella stanza celeste con le tapparelle celesti.
I riflessi delle imposte non sono tutte uguali. Alcune creano dei cerchi, delle forme sospese, che non so mai se contarle, tra le assi riflesse, oppure no.
A volte le conto, altre volte le escludo.

L’ho sempre fatto, è un piacere solo mio.
L’ho sempre fatto e voglio farlo ancora.

Comunicazione di servizio

Quest’anno è così:

La vita mi sta chiedendo il conto dopo decenni in piena salute, tra un miracolo e l’altro.

Chiedo scusa se non potrò leggere per un pò i vostri scritti, i vostri pensieri, le vostre righe d’affetto e di gradimento che spesso, molto spesso, mi rivolgete.

Ci rivediamo tra un pò, appena potrò farlo

Non vi sto trascurando