Il Sistema Nervoso

“Il peggior nemico, rifletté, è il proprio sistema nervoso. In qualsiasi
momento la tensione poteva tradursi in un sintomo visibile. Si ricordò di
un uomo che aveva incrociato per strada qualche settimana prima, una persona comunissima, membro del Partito, sui trentacinque-quarant’anni, piuttosto alto e sottile, con una cartella sotto il braccio. A pochi metri l’uno dall’altro, improvvisamente il volto dell’uomo si era contratto in una sorta di spasmo, e la cosa si era ripetuta quando si erano incrociati. Solo un tremito, una contrazione rapida come lo scatto dell’otturatore di una macchina
fotografica, ma che in lui doveva essere abituale, senza alcun dubbio. Ricordava di aver pensato: Quel poveretto è spacciato. La cosa peggiore era che potevate compiere il gesto fatale in un modo del tutto inconscio. Addirittura letale era parlare nel sonno, un pericolo dal quale, in tutta evidenza,
non vi era modo di guardarsi.”

(“1984” di George Orwell)

Happiness is…

6. La Felicità è calpestare le prime foglie cadute a terra, aspettando il rumore che ne verrà fuori, quasi con gli occhi chiusi per gustarsi il momento. È un crunch fragoroso che mi riporta all’infanzia. È un crunch che mi mette una felicità istantanea, quasi fosse un biscotto fragrante appena sfornato. Chiudi gli occhi e ti godi il momento in cui cederà al tuo palato.

Happiness is back 🍀❤

E alla fine non voglio cedere.

Non voglio cedere allo sconforto.

Passato lo sgomento iniziale, la paura, la botta di incredulità, ho iniziato a diventare amica della mia nuova me.

Forse sono più forte!

Non nel fisico, certo, ma incomincio a volermi bene. Questa fragilità esterna nasconde una pace interiore che non avevo mai tirato fuori. Almeno, non l’avevo tirata mai fuori, solo per me, con me.

La attribuivo sempre agli altri.

Ora mi concedo un pò di tenerezza, alla bimba che ero, ai miei sogni, al mio cuore, ai tanti sacrifici, alle tante paure.

Forse avevo paura di essere felice, ora so di esserlo. Sono felice perchè sono me, felice di essere me.

E che sarà mai adattarmi alle nuove esigenze che la mia nuova me richiede?

Qualche dolore improvviso, qualche giornata più dura, ma posso essere più forte, so di esserlo. Sto già meglio. Oggi. Poi magari domani ci sarà un colpo basso ma oggi sto meglio e voglio godermela.

Ora capisco Ale, che ha voglia di cantare a squarciagola 😊

Ora capisco la sua voglia di stare bene

E la felicità è tornata

Oggi sto bene e voglio godermela

“Travolti da una Valanga di Amore e Rabbia” Songs of Love and Heart (Leonard Cohen) “

Avalanche

(by Leonard Cohen – Lyrics from “Songs of Love and Hate”)

“Well I stepped into an avalanche
it covered up my soul
when I am not this hunchback that you see
I sleep beneath the golden hill
you who wish to conquer pain
you must learn, learn to serve me well.

You strike my side by accident
as you go down for your gold
the cripple here that you clothe and feed
is neither starved nor cold
he does not ask for your company
not at the centre, the centre of the world.

When I am on a pedestal
you did not raise me there
your laws do not compel me
to kneel grotesque and bare
I myself am the pedestal
for this ugly hump at which you stare.

You who wish to conquer pain
you must learn what makes me kind
the crumbs of love that you offer me
they’re the crumbs I’ve left behind
your pain is no credential here
it’s just the shadow, shadow of my wound.

I have begun to long for you
I who have no greed
I have begun to ask for you
I who have no need
you say you’ve gone away from me
but I can feel you when you breathe.

Do not dress in those rags for me
I know you are not poor
don’t love me quite so fiercely now
when you know that you are not sure
it is your world beloved
it is your flesh that I wear”.

Valanga

Mi ha travolto una valanga,
e la mia anima fu sepolta.
Quando non ero lo straccio d’uomo che vedi ora,
dormivo presso una collina d’oro.
Tu che vuoi dominare il dolore,
devi imparare, imparare a servirmi bene
Sei capitato dalle mie parti
mentre andavi in cerca d’oro,
questo storpio che vesti e nutri
non patisce freddo o fame,

non cerca affatto la tua compagnia
finanche al centro del centro della Terra.

Quand’ero su un piedistallo,
non mi ci hai mica messo tu,
le tue leggi non mi piegherranno mai
a servili e grotteschi inchini,
perchè sono io, io stesso il piedistallo
dello storpio qui che stai a guardare.

Se vuoi dominare il dolore,
dovrai imparare quello che piace a me,
le briciole d’amore che centellini per me
sono le briciole che lascio cadere io.
Il tuo dolore non conta nulla qui,
è appena appena l’ombra del mio.

Ho iniziato a volerti,
io che non ho desideri,
ho iniziato a chiedere di te, io che non ho alcun bisogno
Credi di essere lontano da me
ma ti sento persino respirare.

Non vestirti di stracci per me,
so che non sei un pezzente,
non mi ami più con la stessa dedizione
ora che la tua fede è svanita.
E’ il tuo turno ora, amore mio,
è nella tua carne adesso che vivo.

“Abbi cura di te”

“Abbi cura di te” mi ha augurato Luisa, la cara Luisa, con la sua premura, gentilezza, sensibilità, con il suo affetto.

La ringrazio di vero cuore.

Ho sempre ragionato sulla bellezza di alcune parole o espressioni, e devo dire che “Abbi cura di te” è l’espressione, nella lingua Italiana, che più mi piace. Ha un suono bellissimo e soprattutto è un invito, ancor più che un augurio, a tutelarsi, ad avere rispetto, interesse, amore e pensiero, nei confronti della propria persona. Alla base c’è un sentimento affettuoso, caritatevole, umano e prezioso che sintetizza il concetto: “non trascurarti.” E forse aggiunge anche “Donati più cura, quindi più amore, più tempo, dedicati attenzione. Non meriti meno tempo, cura, attenzione e amore degli altri, di chiunque altro, che ti passi accanto.”

È una frase che mi va dritto al cuore, un pò me lo spalanca, mi ricorda che Io esisto.

Esisto non solo come lavoratrice, donna cerebrale e complessa con mille zavorre, paure e resistenze; esisto soprattutto come pezzo di carne, un mucchietto di ossa, un cuore che batte e piccoli organi che fanno miracoli tutti i giorni per svolgere il loro compito, tra sangue che esce e che entra, come l’aria che respiro.

Ti accorgi di essere un organismo vivente, fragile e vulnerabile, quando sei dentro un macchinario per fare la TAC o quando vedi il tuo sangue che deve riempire più provette per campionare e analizzare eventuali patologie di cui non sapevi nemmeno l’esistenza.

Oggi ho avuto paura e non sapevo se ridere di me, delle mie ansie e insicurezze che si ripercuotono anche nelle cose più banali, tipo nel fare la fila in accettazione o nella sala d’aspetto, ancor prima di diventare “paziente” dove sì che la paura ha una base razionale di tutto rispetto; oppure se provare più tenerezza per quelle signore anziane, fragilissime, che erano in fila prima e dopo di me.

Mi sono chiesta più volte “se ho paura io – di non sentire annunciare il mio nome – di non capire la procedura da fare – di dimenticarmi di chiedere quelle note aggiuntive di cui si era parlato – e di chissà quali altre innumerevoli cose; chissà quanta paura può avere quella signora, molto più anziana di me, e allora chissà quanta paura può avere un immigrato che non conosce bene la lingua, che non ha riferimenti….”

Bisognerebbe che tutti stessimo male ogni tanto così che all’onnipotenza che spesso sfocia in aggressività, esuberanza, prepotenza, mancanza di rispetto per gli altri, si potrebbe sostituire l’umiltà, un senso di rispetto e gratitudine ed una maggiore tenerezza, carità cristiana e riscoperta della solidarietà che dovrebbero essere alla base di una società civilizzata.

Ah! Le parole che più mi piacciono sono:

in Italiano “Anima”

in Ingese il verbo “To share” (“condividere”)

in Spagnolo il verbo “Compartir” che, neanche a farlo apposta, anch’esso significa “condividere”.

“Confederazione delle anime”


“Il dottor Cardoso insistette nel pagare il pranzo e Pereira accettò di buon grado, sostiene, perché con quelle due banconote che aveva dato a Marta la sera prima il suo portafoglio era rimasto piuttosto sguarnito. Il dottor Cardoso si alzò e lo salutò. A presto, dottor Pereira, disse, spero di rivederla in Francia o in un altro paese del vasto mondo, e mi raccomando, dia spazio al suo nuovo io egemone, lo lasci essere, ha bisogno di nascere, ha bisogno di affermarsi.
Pereira si alzò e lo salutò. Lo guardò allontanarsi e sentì una grande nostalgia, come se quel commiato fosse irrimediabile. Pensò alla settimana passata alla clinica talassoterapica di Parede, alle sue conversazioni con il dottor Cardoso, alla sua solitudine. E quando il dottor Cardoso uscì dalla porta e scomparve nella strada lui si sentì solo, veramente solo, e pensò che quando si è veramente soli è il momento di misurarsi con il proprio io egemone che vuole imporsi sulle coorti delle anime. Ma anche se pensò così non si sentì rassicurato, sentì invece una grande nostalgia, di cosa non saprebbe dirlo, ma era una grande nostalgia di una vita passata e di una vita futura, sostiene Pereira.” 

(“Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi)

“So Many Different Lengths of Time”

words and music and stories

If Neruda asks, “How long does a man live after all?”, (see: ma-quanto-vive-luomo ) Brian Patten (English poet and author born in 1946) provides us with a heartfelt answer in a poem taken from his “Armada” (1996).

By opening his piece with some lines taken from Neruda’s “¿Cuánto vive el hombre, por fín?”, Patten immediately establishes a link to the Chilean poet, but he goes farther and gives the simplest of answers: “A man lives for as long as we carry him inside us”.

How long does a man live after all?
A thousand days or only one?
One week or a few centuries?
How long does a man spend living or dying
and what do we mean when we say gone forever?

Adrift in such preoccupations, we seek clarification.
We can go to the philosophers
but they will weary of our questions.
We can go…

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It seemed the better way (Read it: “It is the Way”)

Seemed the better way

(*It is the Way)
When first I heard him speak
Now it’s much too late
To turn the other cheek Sounded like the truth
Seemed the better way
Sounded like the truth
But it’s not the truth today I wonder what it was
I wonder what it meant
First he touched on love
Then he touched on death Sounded like the truth
Seemed the better way
Sounded like the truth
But it’s not the truth today I better hold my tongue
I better take my place
Lift this glass of blood
Try to say the graceSeemed the better way
When first I heard him speak
But now it’s much too late
To turn the other cheek Sounded like the truth
Seemed the better way
Sounded like the truth
But it’s not the truth today I better hold my tongue
I better take my place
Lift this glass of blood
Try to say the grace

(Leonard Cohen)

It is the Way: It is never late to turn the other cheek. It is the truth