Chi sei?

Ho abbracciato il deserto

fuori e dentro di me

Tutto quello che avevo

Io l’ho dato a Te

Lo Zingaro felice

C’era una volta uno zingaro, dalla faccia simpatica, con una mezza cicatrice sulla guancia sinistra che quando ti guardava, con quegli occhi così neri, astuti e lucenti, sembrava fare parte del sorriso, grande come il sole quando esce a primavera sulle piazze e sui cortili.

La gente non aveva paura di lui perchè era sempre con quella sua espressione felice, e ti guardava, sapeva guardarle bene le persone: una ad una e ad ognuna di esse lui dedicava occhi, orecchie e quel sorriso che gli veniva da dentro.

La gente lo chiamava “Lo Zingarone”, con la musica ad alto volume ovunque andasse, su quella macchina scasciata, in giro a tutte le ore.

Solo quello gli si poteva contestare: quella musica che si trascinava dietro, lasciando per manciate di metri la sua scia chiassosa.

Lo Zingarone.

Eppure lo Zingarone sembrava un uomo d’altri tempi, perchè se non fosse stato per quella cicatrice sul volto e quella musica da luna-park, quasi non lo si notava anzi, non lo si sarebbe notato affatto.

Neri i capelli, nera la pelle, neri quegli occhi lucenti di chi sembrava sapesse tutto della vita, ma non solo di chi fosse oggetto della sua attenzione, non solo di tutta la gente del posto, e non solo della sua, della sua propria vita, ma erano occhi di chi su questa terra c’era già stato; occhi di chi il mondo lo conosce bene e non gli fa meraviglia. Badate bene perchè non erano occhi di chi ha sfidato la sorte e non ha più nulla da dimostrare, perdere, sperare, credere, ma occhi di chi della vita è il padrone.

Dalla pelle al cuore

Lucrezia un nome non ce l’ha. Lucrezia è solo un nome di fantasia, per liberarla dall’anonimato, dall’ombra, dal buio da cui è nata.
Vive a Roma da sempre, nei vicoli del centro, dove la gente che le passa accanto è sempre indaffarata, piena di borse, di luccichii ovunque, di sigarette smezzate e chiacchiere ad alta voce.
Perchè la gente ha fretta lì dove si posiziona. La gente esce dai portoni lasciandoli sbattere a tutte le ore del giorno e della notte. Esce e si rincorre su tacchi improbabili di donne improbabili e di amanti altrettanto improbabili.
La gente ha fretta e Lucrezia lo sa.
Non si aspetta niente, ormai l’ha imparato; a differenza di tanti altri che si pongono agli angoli delle strade, inginocchiati a fare la carità “Fate la carità” sta scritto su dei vecchi cartoni, “Ho 5 figli e sono senza lavoro”, è scritto su altri cartoni, che quando non c’è vento, la notte, si tengono ancora in piedi, mezzi sporcati di piscio dei cani che si portano appresso, nella loro via crucis. Ci sono anche donne vecchie che per una manciata di spicci e due castagne bruciate si fanno sbattere anche in mezzo ai passanti, tanto nessuno le vede.
Ci sono uomini, ragazzi mezzo artisti e mezzo no, che da qualche parte sono arrivati un bel dì e nelle nostre piazze si sono fermati.
Loro hanno cartelli con frasi storpiate, di un Italiano storpiato, di una vita storpiata.
Lucrezia non ha cartelli e nemmeno cartoni con cui ripararsi d’inverno.
Lucrezia ha un passato che nessuno conosce, che la perseguita ancora e non ha senso parlarne.
Lucrezia ha un tatuaggio sulla mano destra che le spunta dal polso. È come un insetto ma è difficile da distinguere perchè è di un blu scolorito, sulla pelle scura che nessuno accarezza.
Lucrezia l’ho vista ridere una volta e mi era sembrata felice.

Gli Odori che preferisco

Questa volta tenterò di fare una lista secca, spero che a commentare, integrare, modificare, siate voi. Vi abbraccio, un amichevole bacio.

Grazie ❤

  1. Ultimamente mi sta rincorrendo, anzi, a dirla tutta è stata la musa di questo piccolo articolo – lista: l’odore della terra bagnata (il terriccio di montagna, che sta nei vasi dei balconi. Il terreno, quando è bagnato, sa di buono). Ops, non dovevo commentare, ci riprovo
  2. L’odore del pane caldo, fragrante
  3. L’odore di mia nonna, non so come sia, ce l’ho tra i ricordi più intimi e sono davvero contenta che il tempo passato senza di lei non l’abbia dimenticato, offuscato, confuso, sarebbe stato uno strazio per me. Alle volte chiudo gli occhi, di notte, e mi esercito. Mi esercito a ricordarlo. Chiudo gli occhi e penso al suo viso, allora sento il suo calore, quello che mi arrivava quando mi sorrideva e mi abbracciava. E se sono ben concentrata e rilassata, annuso forte, a lungo, in un unico profondo respiro e il suo odore arriva alla mente. E’ bellissimo.
  4. L’odore del teatro. E’ un odore (quasi puzza, in realtà 🙂 ) che sa di assi di legno logorate dal tempo e dall’usura. I palcoscenici dei nostri splendidi teatri Italiani hanno pavimentazioni antiche e sempre molto rovinate, come fossero le suole delle scarpe più comode che si indossano sempre e in ogni occasione. A teatro non ci sono solo gli appuntamenti di prosa, lirica, opera, e operetta: ci sono anche i balletti, e persino le scuole di danza classica nei saggi finali propongono musical e spettacoli che prevedono l’uso degli stivali da can can, per esempio, che seppur abbiano le suole in camoscio, lasciano sempre piccoli segni. Ma è proprio quello il bello dei nostri palcoscenici: è la vita che hanno contenuto, degli attori, delle compagnie amatoriali e professionali che vi hanno lavorato, e delle tante, innumerevoli nuove vite che regalano agli spettatori. E l’odore del teatro, che sia davanti o dietro le scene, che sia sotto i riflettori o nell’ultima fila della platea, o ancora più lontano, fin sulla balconata, sa di polvere. Polvere che si espande dalle poltrone di velluto dal colore rosso scuro, quasi bordeaux. L’odore del teatro è l’odore di umidità, dei posti chiusi, di polvere, di legno bagnato e rimasto all’ombra. Eppure l’odore che si espande è uno dei più buoni che abbia conservato nella mente.
L’Odore di Vita

L’Odore

Quel potente cassetto di Ricordi

Per il mio compleanno ho ricevuto un bellissimo mazzo di fiori! Inaspettato, gradito, con i colori dell’autunno.

La corolla più esterna è composta da foglie secche marroni e lucide, foglie non accartocciate o scricchiolanti, tanto da credere che fossero finte.
La seconda corolla è composta da nebbioline e fiori rossi tipo piccoli corbezzoli, piccoli come bacche, tanto che io credevo fossero bacche, appunto, e finte anch’esse, tanto appaiono “gommate”, cioè fatte di gomma, un pò opaca per dare una maggiore somiglianza alla realtà. E infine, ci sono tre bellissimi girasoli, chiaramente veri e, al centro, una rosa rossa, contenente un improbabile punto di luce (un finto diamantino, che a vederlo fa un pò chic e un pò kitsch).🤭

L’ho messo subito in acqua per via dei girasoli, ho ringraziato infinite volte e poi da qualche parte (dagli occhi, dalla bocca), mi sarà scappata l’incredulità del “mazzo finto”. Al che, apriti cielo! “Fintooo?!! Ma come fai a dire che sono finte le foglie? Guarda, guarda, se le tocchi si spezzano!” E lì, con le sue manone, già si era avventato su di esse, come a dire “Ecco! Facevo bene io a non regalarglielo! Ora pensa che sia finto”, senza immaginare, invece, che per me, o finto o vero, è bello uguale!

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Tanti Auguri!

Tutti dovrebbero avere la possibilità di festeggiare il proprio compleanno.

Tutti dovrebbero avere la possibilità di festeggiare il proprio compleanno, insieme ad almeno una persona cara.

Tutti, nel giorno del proprio compleanno, dovrebbero avere una grande fetta di torta al cioccolato da mangiare, per sè e per i propri cari.

E penso anche che tutti, ma proprio tutti, tutti, tutti, tutti (bambini, malati, anziani, ricchi, poveri, di ogni parte del mondo) dovrebbero avere l’obbligo di festeggiare il proprio compleanno, con una buona e grande fetta di torta al cioccolato, da gustare insieme alle persone care, e poter ricevere un fiore in regalo e trascorrere l’intero giorno in serenità.

Se fosse possibile tramutare tutto ciò in un obbligo, ogni giorno si ridurrebbero drasticamente in tutto il mondo litigi, solitudini, tristezze e persino le guerre.

I 10 dipinti che preferisco

“La Bellezza salverà il mondo” è la frase che Dostoevskij fa dire al principe Miškin, il protagonista del suo romanzo “L’Idiota”.

Niente di più vero, a parer mio.

La Bellezza salva.

E qui la mia amica Mocaina potrebbe dire che “Il bello è lo splendore del vero” ricordando Platone, o citarmi i pensieri di Socrate, la bellezza dell’arte greca, la perfezione delle statue classiche e neoclassiche; la mia amica Luisa potrebbe aggiungere qualche testo in lingua inglese, citare qualche canzone dalla bellezza risanatrice; la cara Daniela raggiungermi con “Il Fuoco” di D’Annunzio, la bellezza delle passioni travolgenti, degli amori indissolubili di anima e carne, penna e desiderio; e la dolce Ale sgranare i suoi grandi occhi liquidi, che riflettono i colori del cielo e del mare, dell’autunno, dei caldi tramonti, dei sogni che non svaniscono dopo la notte…

Ecco la lista delle tele che più mi piacciono e che per qualche motivo, mi rappresentano, Grazie ❤

  1. “La Vergine delle Rocce”, di Leonardo da Vinci. Capolavoro assoluto, mi ha spiazzato vederlo, molto più grande di quanto credessi che fosse; incredibilmente bello, tutte le figure sono bellissime, nello sfondo nebbioso tipico del Genio. Un vortice di bellezza che mi ha lasciata letteralmente a bocca aperta, incantata per alcuni (lunghi) secondi. Se ho sofferto anch’io della Sindrome di Stendhal, è stato proprio davanti a questa meraviglia.
  2. “Il bar delle Folies-Bergère (Le bar aux Folies Bergère)” di Edouard Manet. Che dire? Mi piace, semplicemente! Tanta gente, tanti volti riflessi nello specchio dietro al bancone del bar del teatro, alle spalle della ragazza al centro del dipinto. C’è un vortice di luci bianche dei grossi e ricchi lampadari, c’è il nero delle vesti, della folla nel locale, della cameriera e dell’uomo che le sta parlando, che sicuramente sta ordinando qualcosa da bere, tanto di bottiglie di champagne ce ne sono tante in primo piano sulla sinistra. Ci sono molte cose che mi attirano in questo quadro: c’è l’illusione ottica data dal riflesso nello specchio retrostante il bancone, che riesce a dare l’impressione del movimento e del chiasso delle dame e dei gentiluomini, gente aristocratica che attende il proprio turno per ordinare, nel tempo dell’intervallo di una serata all’opera, (è così che voglio credere). E la specchiera crea anche una prospettiva spaziale diversa, poiché nel riflesso ci sono anche le donne che si affacciano dai palchi di I° ordine del teatro, incuriosite, voluttuose, desiderose di vedere e farsi vedere, così eleganti, con cappelli, binocoli e ventagli; e poi c’è il riflesso del signore che sta in fondo sulla destra. E’ un omaggio che ci fa Manet perchè la prospettiva, spaziale e temporale, è sfalsata: Manet ci vuole coinvolgere, ci presenta il volto di quell’uomo, che altrimenti non potremmo vedere perché ci darebbe le spalle, coprendoci la figura della giovane ed annoiata barista. Tutte le volte che guardo questo quadro (ne ho una copia sulla mia scrivania), voglio fare sempre lo stesso percorso con lo sguardo, e possibilmente farlo più volte, con calma, nella speranza di scovare almeno un accenno di sorriso su quel volto. Per prima cosa, quindi, mi lascio dominare dalla luce bianca, chiarissima, in alto, poi arriva il nero, elegante, lucente, dei vestiti, e roteo gli occhi facendone un cerchio: da sinistra, in alto, nella specchiera vedo il nero dei vestiti delle donne, e poi arrivo a destra, mi soffermo sull’eleganza dell’uomo e del suo cilindro, e poi scendo sulle bottiglie, sull’arancio dei mandarini, e piano piano piano salgo lo sguardo al centro della tela e trovo lei, ma il suo sguardo rimane triste e assente, incurante del rumore che la circonda. Io voglio sperare che quando l’intervallo finisca e si spengono le luci sul palco, lei possa sbirciare e godere anche solo per un attimo, di quello spettacolo che è il teatro.
  3. Dance at Le Moulin de la Galette’, di Pierre-Auguste Renoir. Quanto sole, quanta luce, quanta bellezza. Non mi stancherei mai di guardarlo, tra un raggio di sole e l’altro, gli occhi si appoggiano ora sulle vesti delle donne in primo piano, ora sulla ragazza che balla al centro della tela. Non credo sia interessata al giovane uomo che le è accanto, le cinge la vita per riportarla alle danze ma lei distoglie lo sguardo, c’è qualcosa che la distrae, si sofferma dalla parte dell’osservatore. E allora mi chiedo sempre: fissa Renoir… o guarda noi? La sua curiosità la pone al centro dell’attenzione. A lei è dedicato più spazio che alle altre figure; è come se l’artista le abbia voluto dedicare maggiore attenzione, e la direzione del suo sguardo riduce le distanze con l’osservatore, preferendola a chi è in primo piano.
  4. “A letto”, “Il bacio” e “Il bacio a letto” di Henri de Toulouse-Lautrec, in particolare “Il bacio”. Pensavate che Lautrec fosse interessato solo alle ballerine e alle animatrici del Moulin Rouge? Pensavate che avesse una ossessione nel ritrarre sempre e solo le rosse donne di Montmartre, evidenziandone, in chiave grottesca, il loro passato (e presente) di dubbio gusto? E invece Lautrec mi stupisce, per la tenerezza con cui dipinge l’umanità di cui nessuno si era mai fatto carico prima. Differentemente da Degas, altro artista che amo molto, Lautrec ferma il tempo di scene profondamente intime, nella loro quotidianità, tra amanti dello stesso sesso. Sono coppie di uomini o coppie di donne che lavoravano nei bordelli della capitale francese. Dopo ciascun giorno trascorso a dar piacere ai clienti, la sera sono finalmente liberi di essere se stessi, di ritrovare la loro umana condizione negli abbracci e nei baci, o semplicemente nelle chiacchierate a letto, occhi negli occhi come fa solo chi è profondamente innamorato. Se Degas dipinge scene (bellissime) di ballerine o si spinge in scene più intime, quasi entrando dal buco della serratura per spiare l’intimità delle carni, messe a nudo, di donne riprese nello svolgimento delle loro attività quotidiane, come lavarsi o pettinarsi (raffigurazioni stupende); questi dipinti di Henri de Toulouse-Lautrec rappresentano pochi attimi di vita che, a mio parere, trasudano amore, complicità e tenerezza, tra persone destinate a vivere il proprio amore all’ombra, nascondendosi dalla società, per non essere da essa bersagliate da giudizi e sentimentalismi. “Il bacio a letto” è il bacio che vorrei ricevere tutte le mattine, immersa in un vorticoso grigio-blu, con gli occhi chiusi e abbracciata stretta stretta all’unica persona che sia capace di amarmi profondamente. Tanto amore, ritratto senza giudizi o condanne, ma con profonda tenerezza, rispetto e umanità, per quelle persone che la società rifiutava e con cui l’artista condivideva, forse, quel senso di solitudine ed impossibilità ad integrarvisi completamente, vista la sua menomazione fisica.
  5. “Ritratto di Jeanne Hébuterne”, di Amedeo Modigliani. Jeanne è stata una delle tante donne di Modì, una delle sue muse, ma sicuramente è stato il suo unico vero amore, la madre dei suoi due* figli, la donna rappresentata dal “lungo collo che a risalirlo, tra i baci infuocati, non se ne contano meno di mille tanto è lungo; che pare un’autostrada”. 
  6. Edward Hopper: TUTTO. Avevo 5 anni quando vidi per caso qualche sua opera, e me ne innamorai. Potrei prendere ad emblema “The Lighthouse at Two Lights” visto che adoro i fari, ma sarebbe troppo riduttivo. Potrei citare “Chair car”, visto che sono una pendolare doc, o “Cinema a New York”, “Two Comedians”, “Teatro Sheridan”, “Due sul Corridoio”, visto che amo il teatro ma scelgo “Sun in an empty room”. Di Hopper adoro la luce, quando ritrae il sole caldo delle lunghe giornate roventi, e quindi il gioco delle ombre e dei riflessi; e adoro le ombre lunghe del passante ritratto quando cammina sotto al lampione, nella strada deserta nella notte. Di Hopper adoro le prospettive cinematografiche, la solitudine, i colori accesi, e soprattutto la molteplicità delle scene possibili che ciascun osservatore può immaginare che stia/no vivendo il/i protagonista/i in ciascun dipinto. Ognuno di noi può INTERPRETARE la scena e dedurre differenti stati d’animo, momenti di vita reale o cinematografica, partendo dalla introspezione psicologica degli sguardi, delle posture, della stessa prossemica delle persone ritratte. E che ce ne sia una sola, spesso una donna (assorta), o che ve ne siano due, possibili marito e moglie, o capo e segretaria d’ufficio, o che ve ne siano tante, ritratte nella stessa scena, NESSUNA di esse appoggia lo sguardo sull’altra, neanche per sbaglio, neanche per un attimo, e si potrebbe credere che non vi sia mai stato uno scambio di sguardi tra di essi, o uno scambio di parola, di una carezza, di un vissuto comune. E in fondo Hopper mi rappresenta più di tutti. Io sono “dentro alla scena”, con o senza compagnia ma sempre un pò in disparte, anzi: completamente in disparte, con la testa occupata e distratta a tentare di analizzare, di dedurre, fare analisi psicologiche dei miei gesti, di quelli degli altri, delle parole usate, degli sguardi cercati, persi o accontentati. Io sono come le donne e le scene dei quadri di Hopper: vuota e piena allo stesso tempo, presente e assente al contempo; con i pensieri nella mente, tra mille battute di teatro o di un romanzo, persa nelle scene di un cinema muto in bianco e nero, tra un sorriso dolce e triste di Chopin e uno sguardo assente della fioraia priva di vista.
  7. “La violinista” di Marc Chagall – Di Marc Chagall non capivo niente, un tempo. Mi sembravano scene da circo, forse scene oniriche, disegni per bambini, forse le giuste rappresentazioni di fiabe, con buoi, galli, e persone volanti, o forse la giusta rappresentazione dei sogni fatti durante la notte. Poi, dopo aver visto una mostra delle sue opere, ho acquistato un libro: “Come fiamma che brucia”. Non avevo aspettative. Prima di allora avevo acquistato e letto solo libri di altri pittori e artisti: a parte sull’analisi dello studio della luce e delle immagini prodotte da alcuni fotografi, avevo letto libri su Edward Hopper e Amedeo Modigliani, ed erano stati acquisti consapevoli, dettati dall’interesse di approfondire lo studio sulla vita di questi famosi artisti (perché della descrizione tecnica siamo pieni di libri scolastici, persino di libri acquistati in edicola, di Caravaggio, Klimt, Mucha, Canova, Michelangelo, Leonardo, e di tanti altri geni). Marc Chagall è stata una sorpresa e devo ringraziare quell’evento, altrimenti non ci sarebbe stata occasione di approfondire le mie conoscenze su questo artista e, a onor del vero, avrei perso tantissimo. Innanzitutto scopro che Marc Chagall è solo la trascrizione, in francese, del suo nome ebraico Moishe Segal, Mark Zacharovič Šagal in russo. Mark, appunto, vive in Russia il periodo felice della sua infanzia. È un bambino felice, nonostante le tristi condizioni in cui vivevano gli ebrei russi sotto il dominio degli zar. Nel suo peregrinare, nel corso della sua maturità, serberà sempre negli occhi e nel cuore quelle scene di vita felice, lontane come un sogno, e dai colori vividi e colme di vita, perché frutto di una passato realmente vissuto. La donna che vola con sè in ogni sua opera, la donna che lo accompagna in ogni caos cromatico è Bella, sua moglie, la donna (ebrea come lui), che incontra quando era ancora una ragazzina e di cui si innamora praticamente all’istante. Bella è sempre il centro e al centro delle sue opere, tra “mille violini suonati dal vento” (come direbbe Carmen Consoli), tra scene poetiche e suggestive. (Nota: se avete curiosità di conoscere alcuni dei rituali ebraici, con descrizioni di vita vera, vi consiglio di leggere il libro! E’ l’insieme delle lettere d’amore che Bella scriveva per salvare i ricordi dal tempo che passava).
  8. La signora in rosa – Ritratto di Olivia de Subercaseaux Concha” di Giovanni Boldini, l’artista dei ritratti in stile Dandy dell’alta società dei salotti francesi; lo stesso artista che ha dipinto il celebre e stupendo ritratto di Giuseppe Verdi. “La signora in rosa” è molto giovane, una dama in rosa dall’abito in seta lucente, bellissimo. Ciò che mi conquista è lo sguardo, non è ammiccante come quello delle altre nobildonne dipinte dall’artista, ma è aggraziato, divertito, certo, ma dolce. E pensare che questo è stato l’ultimo ritratto di Boldini, e all’epoca aveva anche gravi problemi alla vista… Il genio!
  9. “Le quattro stagioni” di Alfons Mucha (una copia era appesa sulla parete del corridoio di una casa abitata qualche anno da mia nonna, e da cui io non riuscivo a distogliere lo sguardo). Quelle donne, cosi leggiadre, sorridenti, avvolte da vesti larghe, come se fossero soffiate dal vento… E poi, crescendo, ho imparato a conoscere anche altre opere di Alphonse Mucha: locandine, riviste, arti grafiche, con cui si pubblicizzavano gli spettacoli di teatro, le copertine di libri, dei manifesti, e dei testi che D’Annunzio scriveva per la Divina Eleonora Duse. Ma dovendo scegliere, cito il primo manifesto che Mucha disegna per Sarah Bernhardt in occasione dello spettacolo Gismonda di Victorien Sardou.
  10. “Donna seduta con la gamba piegata” di Egon Schiele. Ce l’ho incorniciata vicino ad una foto di mia figlia, in sala. Lo so, pare strano, mio marito mi lascia fare, sa che sono eclettica, per l’arte e la letteratura vado in capo al mondo, spendo tutti i soldi che altre spenderebbero in palestre, trucchi e profumi (e fanno bene, buon per loro!). Quando mi fisso, acquisto i biglietti di mostre parecchi mesi prima, perchè ho sempre paura che se non li acquisto subito, poi rischio di non andare, e quando poi ho i biglietti, mi assale l’ansia che chissà cosa possa accadere poi, nel giorno dell’evento. E mi accade così anche quando ho i biglietti per andare al teatro, insomma tutte le volte mi faccio prendere dal panico perché tanta è l’attesa, tanto sono alte le aspettative. E da quando ero ragazzina, al termine di ogni serata o “evento”, torno a casa con le mani piene di locandine (più o meno) rubate, strappate via con decenza, dai muri su cui erano affisse. E riporto i biglietti, ovviamente, e se c’è stato un treno da prendere o un autobus, mi riporto anche i biglietti di questi, con le date e le ore ben evidenziate, perché un giorno io possa ricordare quell’attimo preciso, di completa pienezza (completa-pienezza), di assoluto splendore. E così, tornando al ritratto, ce l’ho come se fosse quello di una figlia maggiore, di una ragazza tenuta in affido, perché mi è entrata nel cuore. E’ bella. E’ veramente tanto bella, forse un pò sfacciata, osa guardarti e fissarti negli occhi, mantenendo lo sguardo. Non è la coscia aperta che mi lascia impressionata, forse perché i mutandoni sono quelli lunghi di un tempo, ha le calze nere coprenti che a mio parere riducono di molto l’eventuale sensualità o maleducazione, indecenza della sua postura; ma è di quello sguardo che devo ancora carpirne il senso. E’ molto giovane, è possibile che davvero provi dentro quello che il suo tutto, la sua intera figura, esprime fuori? E’ questo che devo ancora cogliere, non riuscirei ad accettarlo se quella ragazza fosse davvero così sfrontata, nel suo intimo, come appare! Per ora è lì, che mi guarda; ma io devo proteggerla, devo studiarla ancora, e fin quando non l’avrò del tutto scordata, fin quando non riuscirà a togliermi quel senso di umana, materna protezione che invece oggi mi suscita, io da lì non la tolgo. Rimane in famiglia.

L’Ombra (Serenità), di Cesare Maggi . E’ il quadro che vedete nella immagine di questo post. In realtà avrei dovuto metterlo al primo posto ma fa troppo male al cuore… Il freddo della neve, la signora anziana accovacciata e la calma che trasmette, i toni accesi dell’alba… Sono sicura che sia l’alba, e non il tramonto: voglio credere che ci sia spazio e tempo alla nonnina orante; spazio e tempo, anche per me.

10 anni senza Alda Merini

Grazie a Luisa Zambrotta che ce l’ha ricordata ❤

words and music and stories

20190929_152845 soffioniAlda Merini (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1º novembre 2009)

Amai teneramente dei dolcissimi amanti

Amai teneramente dei dolcissimi amanti
senza che essi sapessero mai nulla.
E su questi intessei tele di ragno
e fui preda della mia stessa materia.
In me l’anima c’era della meretrice
della santa della sanguinaria e dell’ipocrita.
Molti diedero al mio modo di vivere un nome
e fui soltanto una isterica.

da “La gazza ladra”.

I tenderly loved some sweet lovers
without them ever knowing anything about that.
And I wove spiderwebs on them
but fell prey to my own creation.
In me there was the soul of the harlot
of the saint, of the heartless, of the hypocrite.
Many people gave my way of living a label
and I became only a hysterical woman.
(L.Z.)

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I 10 libri da portarmi dietro in caso di fuga

In caso di fuga si scappa, e basta. Se non ti fai prendere dal panico e riesci a non bloccarti, devi pensare solo a dare il massimo delle energie alle gambe, che possano correre più veloce del vento, e basta. Ma se invece la fuga fosse solo un modo per ricominciare, dove ciò che ti insegue fossero solo i ricordi, allora hai tutto il tempo di prendere fiato, respirare a pieni polmoni, chiudere gli occhi e allontanarti da tutto e da tutti e decidere di essere pronto ad investire su di te, e basta.

Apparentemente sarai sempre lo stesso, magari mantieni il tuo stesso lavoro, la stessa cerchia di amici, gli stessi soldi in banca, ma c’è una cosa diversa, fondamentale: TU.

Sai di essere un uomo migliore.

E allora apri le braccia e respira come non hai fatto mai.

1 Novembre, libera le ali.

Ah! La lista dei 10 libri da portare sempre con sé, magari li si possono serbare nella mente, memorizzando qualche citazione per non avere ingombro e ottimizzare la fuga 🙂

Datemi qualche consiglio, fatemi sapere quali sono i vostri libri preferiti; nei prossimi giorni vedremo se ne abbiamo alcuni in comune,

Grazie ❤